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CINEMA ITALIA 2021: I FILM

 

L’AMORE A DOMICILIO

Regia di Emiliano Corapi

Renato, di professione agente assicurativo, bravo nel proprio lavoro, ma sentimentalmente pavido, si è sempre tenuto a distanza di sicurezza da relazioni che lo coinvolgessero davvero. Quando conosce per caso Anna, che ha appena sostenuto un esame all’università e gli chiede un passaggio a casa, dove poi non mostra dubbi nel portarsi Renato subito a letto, è incerto se proseguire il rapporto o considerarlo semplicemente come un’avventura e metterci un punto. Poi scopre che Anna si trova agli arresti domiciliari e dovrà rimanerci ancora per un po’. La situazione lo incuriosisce e ben presto tutto si complica.

Credo che la capacità di mettersi in gioco nelle relazioni affettive e sentimentali sia un tema che tocchi la vita di gran parte delle persone; qualcosa con cui tutti si trovino a fare i conti prima o poi. Quando ho avuto l’idea per questa storia ho pensato che potesse esplorare in maniera originale e divertente proprio questo tema e il suo dilemma fondamentale, vale a dire se sia meglio lasciarsi andare, rischiando di soffrire, o tenersi alla larga da ogni coinvolgimento, rinunciando però a una parte fondamentale della vita. La storia, infatti, si incentra sull’impresa maldestra di una persona convinta di poter aggirare quest’antitesi, approfittando della reclusione domiciliare della donna di cui si è invaghito, per superare angosce e insicurezze profonde, che in un contesto normale lo avrebbero spinto a fuggire. Ovviamente l’idea è ingenua sino al punto di apparire stupida. Anche perché la donna in cui si è imbattuto è pericolosa, avendo risolto il problema in questione con un atteggiamento autarchico che la rende impermeabile agli affetti. Ho pensato che il film potesse mescolare bene dramma e commedia attraverso una rappresentazione tra favola metropolitana e realtà, dove personaggi pronti a tutto si muovono, giocando vigliaccamente i propri opportunismi e le proprie debolezze, salvo poi trovarsi a fare i conti con la loro parte migliore, risvegliata proprio da quei sentimenti che pensavano di poter gestire. Nei rapporti, infatti, non ci sono scorciatoie e una volta che si è deciso di giocare, non è possibile tornare indietro.
Emiliano Corapi



COSA SARÀ

Regia di Francesco Bruni

La vita di Bruno Salvati è in una fase di stallo: i suoi film non hanno mai avuto successo e il suo produttore fatica a mettere in piedi il prossimo progetto; sua moglie Anna, dalla quale si è recentemente separato, sembra già avere qualcun altro accanto; e per i figli Adele e Tito, Bruno non riesce a essere il padre presente e affidabile che vorrebbe. Un giorno Bruno scopre di avere una forma di leucemia. È l’inizio di un vero e proprio percorso a ostacoli verso la guarigione. Innanzitutto deve trovare un donatore di cellule staminali compatibile: dopo alcuni tentativi falliti, Bruno comincia ad avere seriamente paura. Cosa sarà di lui? Finché suo padre Umberto, rivelandogli un segreto del suo passato, accende in tutti una nuova speranza.

Qualche anno fa mi è stato diagnosticato un tumore del sangue, che è stato affrontato con un trapianto di cellule staminali. Dalla mia vicenda nasce questa storia, che però ho voluto complicare ad arte, con il coinvolgimento della famiglia e del padre del protagonista: la malattia diventa così un’occasione di confronto con la moglie e i figli e un viaggio in compagnia del padre alla scoperta di qualcosa che è successo anni addietro. Un segreto che contiene la possibile salvezza per il protagonista. Come nei miei film precedenti, c’è una base autobiografica, su cui si sovrappone un lavoro di invenzione romanzesca. E, come negli altri film, il tono oscilla fra momenti inevitabilmente drammatici e altri dove affiora, nonostante tutto, un certo umorismo, specialmente nel racconto dei rapporti familiari e del mondo professionale del protagonista, il cinema appunto.
Francesco Bruni



GENITORI QUASI PERFETTI

Regia di Laura Chiossone

Simona è una mamma single con un figlio, Filippo, di otto anni. Legata da un amore profondo al suo bambino, si sente però terribilmente inadeguata al ruolo di madre e l'organizzazione della festa di compleanno del figlio con tutti i suoi compagni di classe porta a galla le sue insicurezze. Simona si dedica anima e corpo all’impresa, arrivando al giorno della festa carica di aspettative e di ansia. Quando i compagni di classe di Filippo arrivano uno dopo l’altro, insieme ai genitori, varcando la soglia di casa, si viene a comporre, compresso in un interno, uno squarcio di varia umanità. Ed è il campionario degli adulti quello più variegato, tra l’estetista che cambia scarpe e smalto ad ogni occasione, la mamma arcobaleno, il papà senza lavoro, l’intellettuale che cita Truffaut e Oshima e la moglie vegana, il manager che si è appena separato. Mentre in soggiorno i bambini giocano, gli adulti si ritrovano in cucina, dove tra sterili convenevoli iniziano a studiarsi a vicenda, finché un accadimento inatteso rompe gli schemi, innescando un effetto domino di azioni e reazioni. La festa di compleanno deraglia.

Lo spunto nasce dall'esperienza di vita. La riflessione da cui sono partita è che diventando genitore in qualche modo riparti con un nuovo modello di vita, ti ritrovi in una nuova giostra sociale con un ruolo diverso. Tutto quello che hai superato a scuola (la paura dello sguardo degli altri, il senso di inadeguatezza) ritorna all'improvviso, hai passato una vita a costruirti un'identità e ora ti ritrovi ad interagire con altri adulti che non ti somigliano per nulla. Troppo apprensivi, troppo alternativi, troppo vegani o troppo intellettuali, ipocondriaci o buonisti. Se giudichi gli altri come matti ti devi fermare e chiederti un momento se il matto sei tu. La festa di compleanno in realtà farà cadere la maschera dei genitori. Tutti in cucina, mentre i bambini giocano con l'animatrice, a un certo punto esploderanno. Finiranno per dimenticarsi i bambini e tireranno fuori gli istinti peggiori, quello che la gente solitamente si trattiene e non dice o non fa. Alla fine la protagonista, la mamma di Filippo, si renderà conto che nel suo sforzo di mettercela tutta per fare bene si è distratta e ha perso di vista ciò che è più importante, cioè suo figlio.
Laura Chiossone



I PREDATORI

Regia di Pietro Castellitto

È mattina presto, il mare di Ostia è calmo. Un uomo bussa a casa di una signora: le venderà un orologio. È sempre mattina presto quando, qualche giorno dopo, un giovane assistente di filosofia verrà lasciato fuori dal gruppo scelto per la riesumazione del corpo di Nietzsche. Due torti subiti. Due famiglie apparentemente incompatibili: i Pavone e i Vismara. Borghese e intellettuale la prima, proletaria e fascista la seconda. Nuclei opposti che condividono la stessa giungla, Roma. Un banale incidente farà collidere quei due poli. E la follia di un ragazzo di 25 anni scoprirà le carte per rivelare che tutti hanno un segreto e nessuno è ciò che sembra. E che siamo tutti predatori.
Pierpaolo è un medico sposato con Ludovica, affermata regista. Il loro figlio Federico è un laureando in filosofia tiranneggiato da un barone universitario che gli preferisce qualunque altro studente. Le loro vicende si incrociano con quelle di Bruno, primario amico di Pierpaolo, e di sua moglie Gaia, nonché con quelle di Claudio e Carlo, due fratelli che gestiscono un'armeria e fanno parte di un gruppo neofascista. Completano il quadro le mogli e i figli di Carlo e Claudio, e un sulfureo personaggio che resterà (di fatto) innominato e che compare solo all'inizio e alla fine.

Questo è un film corale. Però i personaggi che qui si accavallano e si sfiorano e a volte si conoscono, non lo sanno. Ognuno di loro è solo, perso in quel tratto di vita dove nessuno sembra capirti e dove tutto vorresti andasse in altro modo. Invertire il corso per vivere la propria speranza: è questa la battaglia che combattono. Quanto amore e quanta ferocia servano, lo scopriranno sulla loro pelle. D’altronde, essere felici, è un mestiere difficile. A volte, un mestiere da predatori. Quando, alcuni anni fa, scrissi la prima versione del film partii da Federico. È il personaggio più autobiografico del film e in lui ho catalizzato il sentimento che anche negli ambienti più “illuminati” ci siano quei tratti di alienazione e tristezza che possono portare un giovane ad armarsi. Non che io abbia mai pensato di mettere una bomba da qualche parte, mi riferisco piuttosto a quel carico di enorme frustrazione, tipicamente giovanile, che nasce dalla differenza che c’è tra quello che sei e quello che gli altri pensano tu sia. Un carico inquietante che può portare a gesti estremi. A me, fortunatamente, ha fatto scrivere un film. Questo.
Pietro Castellitto



ROSA PIETRA STELLA

Regia di Marcello Sannino

A Portici, alla periferia di Napoli, Carmela è una giovane madre che vive in condizioni precarie, sempre sotto minaccia di sfratto, insieme alla madre e alla figlia Maria di 11 anni. Tra lavori occasionali e illusorie ambizioni, Carmela si arrangia come può per sbarcare il lunario ed evitare che i servizi sociali le portino via Maria. Finché non le capita l'occasione di entrare in un giro d’affari con gli immigrati che popolano il dedalo di vicoli del centro antico di Napoli, a cui un avvocato procura illecitamente i permessi di soggiorno, e conosce Tarek, un quarantenne algerino, a Napoli da 20 anni, e qualcosa cambia.

Il film è ispirato alla vita di una persona reale, precisamente un’amica conosciuta anni fa, con cui mi sono trovato spesso coinvolto in giornate senza fine, ad inseguire persone da incontrare, tra commissioni da fare all'ultimo momento e illusioni quotidiane di piccoli affari da concludere, per non tornare a casa e in fondo sfuggire al destino di una vita segnata. Questo è stato lo spunto da cui prende avvio il film, ma la questione è: parlare delle persone o dei problemi sociali? In realtà, come diceva Rossellini, non esiste nessun problema semplicemente “sociale”, i problemi sono tutti “umani”. Aldilà della riflessione sul mondo ciò che da sempre mi interessa nel mio lavoro è la persona e il personaggio di Carmela, oltre ad ispirarsi a una persona reale, ha come riferimento le donne raccontate in Rosetta dei fratelli Dardenne, Adua e le compagne di Antonio Pietrangeli, Mouchette di Bresson, Vivre sa vie di Godard, ma anche in Gloria di Cassavetes, Mamma Roma di Pasolini. Donne sole, sesso costrette a prendere decisioni difficili, a volte crudeli, spinte dalla necessità. Donne che lottano, che portano dentro di sé un desiderio grande, un sogno ancora confuso ma presente, un sogno in attesa di essere realizzato, forse in un’altra vita.
Marcello Sannino



VOLEVO NASCONDERMI

Regia di Giorgio Diritti

Pittore naif e immaginifico che dipingeva tigri, gorilla, leoni e giaguari vivendo tra i boschi di pioppi sul Po, Antonio Ligabue è uno dei protagonisti dell’arte del Novecento. Figlio di un’emigrante italiana, che lo mette al mondo in Svizzera, ma poi lo affida a una coppia del luogo, trascorre un’infanzia e adolescenza difficili, finché, espulso dalla Svizzera, si ritrova in Italia, nel piccolo paese di Gualtieri, in Emilia, di cui è originario l’uomo che ufficialmente è suo padre. Totalmente solo, patisce la fame e il freddo e inizia a dipingere per ingannare il tempo e per dare sfogo alle sue paure. La sua vita cambia dopo l’incontro con lo scultore Renato Marino Mazzacurati, che lo convince a dedicarsi all’arte.

Volevo nascondermi è anche una riflessione sul valore della diversità. Ligabue, definito allora e spesso anche oggi come matto, è stato un uomo capace però di esprimere, nella pittura, un talento incredibile, un punto di vista sulla vita, forte e originale. Nei suoi quadri racconta la vita come una continua lotta per non soccombere e c’è un forte desiderio di riscatto. Nei suoi autoritratti, gli occhi rivolti all'osservatore interrogano, chiedono un ascolto, un riconoscimento, un segno di affetto. Come forse a ogni uomo, è capitato a Ligabue di sentirsi inadeguato, sbagliato, sconfitto e il primo istinto è stato di nascondersi, di ritirarsi dal mondo. La vita Ligabue ha intrinsecamente un forte valore spettacolare, per le straordinarie vicende che l’hanno caratterizzata, e offre un'importante riflessione sul valore della diversità. Ogni persona ha una specificità preziosa che può essere un dono per l'intera collettività. “Se sono diverso da te, vuol anche dire che posso darti qualcosa che tu non conosci": questo ricordo di essermi sentito dire da un ragazzo disabile anni fa. Quella di Ligabue è una favola amara in cui costantemente emerge un grande attaccamento alla vita, la capacità di non arrendersi. La storia di Ligabue incanta e interroga e mette di fronte alla apparente contraddizione tra una fisicità sgraziata, una mente offuscata e un talento luminoso che a lungo rimane nascosto e quando finalmente viene alla luce diventa l'occasione, sognata, attesa, cercata, di riscatto.
Giorgio Diritti