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CINEMA ITALIA 2026: I FILM

 

TRE CIOTOLE

Regia di Isabel Coixet

Dopo sette anni insieme, Marta viene lasciata da Antonio, stanco delle sue ritrosie, del suo non saper fingere e del suo evitare le cose che non le piace fare. Marta soffre la sua assenza, anche fisicamente, ma prosegue nel lavoro di insegnante di educazione fisica al liceo, continua a mangiare in maniera disordinata, e manda stroncature sotto falso nome al ristorante di cui Antonio è proprietario e chef. Il suo interlocutore è soprattutto il cartonato di un cantante K-pop coreano, che ascolta le riflessioni sulla vita della donna e le dorme accanto. La sorella Elisa cerca di stare vicino a Marta, soprattutto quando i mal di pancia si rivelano dovuti non solo alle "schifezze" che mangia. E un suo collega di lavoro, il professor Agostini, cerca di acchiapparla mentre lei sfugge in bicicletta, per le strade di una Roma altrettanto sfuggente, cercando le cose che sembrano dirle che andrà tutto bene, nonostante tutto.

Tre ciotole pone una domanda molto semplice ma incredibilmente complessa: “Cosa significa essere veramente vivi?” Nell’adattamento cinematografico di Tre ciotole, l’ultimo libro scritto da Michela Murgia prima della sua scomparsa, due anni fa, ci siamo concentrati su due dei suoi racconti: quello di Marta e quello di Antonio. Una donna e un uomo che incontriamo proprio nel momento in cui si lasciano. Il film si muove attraverso tutte le fasi delle relazioni umane, gli alti e bassi, le paure, le incertezze. Marta soffre in silenzio e somatizza la rottura con Antonio, vomitando di continuo. Antonio crede di non amare più Marta eppure ogni angolo di Roma, ogni piazza, ogni supplì, ogni luogo che frequentavano insieme gli riporta alla mente il ricordo di lei e, poco a poco, si rende conto dell’errore che ha commesso. Attorno a loro, una danza di personaggi vulnerabili e forti, che cercano nell’amore un balsamo per guarire le ferite dell’esistenza e darle un senso. Mi piacerebbe se il pubblico, uscendo dalla visione di Tre ciotole, si rendesse conto che qualunque cosa voglia realizzare nella propria vita, il momento per farlo è ora.
Isabel Coixet



COME TI MUOVI, SBAGLI

Regia di Gianni Di Gregorio

Un ex professore di liceo trascorre gli anni della pensione nella sua grande casa vuota, spesso sonnecchiando sul divano, e scansando accuratamente ogni imprevisto. Dopo le dipartite della moglie, che non c'è più, e della figlia Sofia, che vive in Germania, ha scelto di vivere serenamente da solo, evitando anche le velate proposte della piacente amica Giovanna. Ma improvvisamente Sofia piomba a Roma dalla Germania con i due figli Olga e Tommaso perché il marito tedesco Helmut l'ha tradita. Figlia e nipoti si piazzano in casa del professore ponendo fine alla sua quiete, e lui si ritroverà coinvolto a tempo pieno nella gestione di Olga e Tommaso, dato che Sofia da un lato studia per assicurarsi un nuovo lavoro, dall'altro incontra una serie di uomini nella speranza che le facciano dimenticare il fedifrago Helmut. Il quale, pentito, decide di raggiungere a piedi Roma dalla Germania, intraprendendo un percorso di espiazione nella speranza di ottenere il perdono della moglie.

C'è una cosa della quale noi umani, a quanto pare, non possiamo fare a meno: la famiglia. Infatti, cosa c'è di più bello della famiglia? E cosa c'è di più impegnativo della famiglia, con il suo incommensurabile carico d'amore che schiaccia ogni velleità personale, ogni anelito di libertà e di pace? Questo film è dedicato alla famiglia e dunque all'amore, questa forza che ci fa fare cose che non avremmo mai creduto di poter fare, rendendoci allo stesso tempo formichine al lavoro ma anche eroine ed eroi epici.
Gianni Di Gregorio



GIOIA MIA

Regia di Margherita Spampinato

Nico è un bambino di oggi, dipendente dal telefono e con lo smalto sulle unghie. All'improvviso viene strappato al suo mondo "del nord" per passare un mese d'estate in Sicilia, in compagnia di un'anziana zia, Gela. A casa della donna non c'è il wifi né l'aria condizionata, e si mangiano prelibatezze a cui il suo palato non è ancora pronto. Ci sono solo i giochi di carte, l'adorabile cagnolino Frank, e un condominio intero popolato di nonne e nipoti, più forse qualche spirito che abita gli appartamenti all'ultimo piano ed è causa di strani rumori. Nico e Gela, ognuno radicato nelle proprie certezze ma con dolori simili nel cuore, dovranno pian piano cercare un linguaggio comune.

Gioia mia racconta di un bambino che compie un viaggio a ritroso nel tempo quando viene mandato a trascorrere le vacanze estive in Sicilia, ospite di un’anziana zia. La donna vive nella stessa casa in cui è nata e cresciuta, un luogo dove la tecnologia non è mai entrata e ogni oggetto conserva da sempre il suo posto, un luogo fermo nel tempo. Il suo arrivo, come un uragano, sconvolge il mondo immobile e sotto controllo della donna, provocando il caos. Con la curiosità tipica del fanciullo, Nico porta disordine, fa domande inopportune, fruga nei ricordi, scuote l’anziana zia e la spinge a rivelargli un segreto che lei non ha mai confidato a nessuno: la perdita di un amore impossibile, che l’ha segnata profondamente e ha plasmato ogni suo comportamento e decisione, spingendola a isolarsi. Il film mette a confronto i mondi opposti cui appartengono i due protagonisti: quello moderno, veloce e tecnologico dell’undicenne Nico, e quello antico, lento e misterioso della zia, popolato da angeli e spiriti, dominato da un senso magico della religione e intriso di superstizione. Il racconto mantiene un tono leggero, pur affrontando tematiche profonde come il dolore per le separazioni e il bisogno umano di sfuggire alla solitudine, una dimensione nella quale sembrano esser sprofondati entrambi i personaggi. Il film si interroga su ciò che permane come universale e immutabile, nonostante la rapida evoluzione del mondo contemporaneo e sull'importanza dello scambio tra generazioni e mondi diversi come stimolo importante per accettare e capire meglio gli altri e quindi anche noi stessi.
Margherita Spampinato



LA VITA DA GRANDI

Regia di Greta Scarano

Irene vive la sua vita a Roma, quando sua madre le chiede di tornare per qualche giorno a Rimini, la città dove è nata e dalla quale è fuggita, per prendersi cura del fratello maggiore autistico, Omar. Una volta insieme, Irene scopre che Omar ha le idee chiarissime sul suo futuro: non ha nessuna intenzione di vivere con lei quando i loro genitori non ci saranno più ed è pronto a tutto per realizzare i sogni della sua vita: vuole sposarsi, vuole fare tre figli perché 3 è il numero perfetto e vuole diventare un cantante rap famoso. Ma perché tutte queste cose accadano, Omar deve prima di tutto diventare autonomo. Con Irene inizia così un tenero e toccante corso intensivo per diventare "adulto". Nella loro casa piena di ricordi, Irene e Omar affrontano insieme paure e speranze e scoprono che per crescere, a volte, bisogna essere in due.

Quando mi sono imbattuta nella storia vera di Damiano e Margherita Tercon, che ha ispirato il mio film, ne sono rimasta letteralmente folgorata: ho sentito che aveva un enorme potenziale emotivo e ho immediatamente pensato che l’avrei voluta raccontare come regista. Pur non avendo un fratello con disabilità, sono cresciuta in una famiglia disfunzionale (come moltissime persone), cosa che mi ha fatto empatizzare da subito con la famiglia protagonista del film e penso che chiunque, pur non vivendo la specifica condizione della disabilità, possa ritrovare un pezzo di sé nel film. Vorrei che il pubblico comprendesse il punto di vista di Irene, una sorella destinata a prendersi cura del fratello, che cresce con la missione di dover disturbare il meno possibile i genitori impegnati ad accudire il figlio con disabilità. Vorrei che emergesse forte e chiaro anche il punto di vista di Omar: il suo modo di vedere il mondo e le difficoltà di vivere con una disabilità e con il continuo confronto con una sorella “normale”. Nel film viene affrontata la questione della disabilità, ma per me era fondamentale che non fagocitasse tutto il racconto, esattamente come per il protagonista, Omar, la cui disabilità è solo una delle tante caratteristiche che lo definiscono come persona.
Greta Scarano



IL BENE COMUNE

Regia di Rocco Papaleo

Biagio Riccio è un sognatore nato in un piccolo paese che dopo una breve carriera militare (terminata quando lui ha insistito per fare la "cosa giusta") è diventato una guida turistica, specializzandosi nel suo territorio natale, a metà fra la Lucania e la Calabria. Un giorno riceve la telefonata di Raffaella Cursaro, un'attrice di non troppo successo che gestisce un laboratorio teatrale presso una casa di accoglienza. Il laboratorio invita le detenute a immaginarsi come alberi, e Raffaella ha pensato di portarle a vedere da vicino il Pino Loricato, una pianta centenaria che riesce a sopravvivere in condizioni estreme ed è per questo considerato un simbolo di resilienza.

Fare film mi appassiona e, in particolare, Il bene comune è un progetto ambizioso, per l’obiettivo di raccontare l’importanza di riconoscersi simili già soltanto per il fatto di esser esseri umani. Ho immaginato dei personaggi che abitassero sponde diverse e ponti per raggiungersi, con viaggi nel loro presente e nelle loro storie. Il paesaggio del Pollino, in Calabria, fa da sfondo di questo percorso, il suo Pino Loricato, l’albero più vecchio d’Europa, è simbolo di resilienza e adattamento. Come sempre nei miei film, il racconto ha un forte accento musicale, umoristico, e se posso sentirmi ambizioso, direi poetico. Obiettivo principale, con questo film, è stato di esplorare le zone di confine da varcare per ricongiungersi, tra culture diverse, condizioni diverse, e in fondo essendo anche un film d’intrattenimento, trovare l’anello di congiunzione tra il mio gusto e quello del pubblico.
Rocco Papaleo



GRUPPO DI FAMIGLIA IN UN INTERNO

Regia di Luchino Visconti (1974)

Un anziano professore di scienze vive da solo in un lussuoso appartamento al centro di Roma, chiuso tra i suoi ricordi e la sua collezione di quadri e libri. Finché non sconvolge la sua vita una marchesa dai modi spicci e volgari che affitta l’appartamento del piano di sopra a tre giovinastri: il suo amante Konrad, sua figlia Lietta e il suo fidanzato Stefano. Inizialmente il professore prova fastidio per questa gente, maleducata e amorale, poi pian piano si rende conto di non poter fare a meno di loro, ma durante una cena comune emerge tutto il marciume di quelle vite votate all’autodistruzione.

Gruppo di famiglia in un interno è la storia di un intellettuale della mia generazione che non ha mai avuto contatti umani: quando questo contatto si stabilisce, con un gruppo di giovani, lo studioso ne rimarrà ferito per tutta la vita. Non è un film autobiografico. Il protagonista del film detesta gli altri, non ne può sentire neppure i passi. È un egoista, un uomo chiuso in sé stesso, il quale, anziché stabilire rapporti con gli uomini, colleziona le loro opere. È un maniaco delle cose. Ma ciò che conta sono gli uomini e i loro problemi, non le cose che producono. Gli uomini e i problemi degli uomini sono di gran lunga più importanti delle loro opere o delle cose.
Luchino Visconti