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CINEMA ITALIA 2020: I FILM

 

BANGLA

Regia di Phaim Bhuiyan

Phaim è un giovane musulmano di origini bengalesi nato in Italia 22 anni fa. Vive con la sua famiglia a Torpignattara, quartiere multietnico di Roma, lavora come steward in un museo e suona in un gruppo. È proprio in occasione di un concerto che incontra Asia, suo esatto opposto: istinto puro, nessuna regola. Tra i due l'attrazione scatta immediata e Phaim dovrà capire come conciliare il suo amore per la ragazza con la più inviolabile delle regole dell'Islam: la castità prima del matrimonio.

Cosa vuol dire per un giovane di vent'anni, italiano di seconda generazione e musulmano, come sono io, vivere in un mondo spesso così lontano dai precetti dell'Islam, soprattutto per quanto riguarda la sfera relazionale e sessuale? Cosa accade quando il desiderio bussa alla sua porta? Partendo da queste domande è nato il film. L'urto col mondo occidentale, le differenze generazionali all'interno della mia stessa famiglia e, soprattutto, l'arrivo dell'amore attraverso l'incontro con una ragazza, il confronto col mondo femminile. Un mondo che non risponde alle stesse regole che mi hanno insegnato, ma, anzi, sembra andare nella direzione opposta. Dal punto di vista visivo e registico l'idea è stata quella di provare a restituire la complessità del microcosmo in cui è ambientata la storia, il quartiere multietnico di Torpignattara a Roma attraverso uno stile agile, seguendo i personaggi, e con una fotografia che sappia cogliere la ricchezza visiva del quartiere: palazzi scrostati e murales, facce di mille colori, frutterie aperte 24 ore al giorno. Moschee e Chiese. Giovani e vecchi. Tutto questo è Torpignattara, il quartiere dove sono nato e che è co-protagonista del film, al pari degli altri personaggi.
Phaim Bhuiyan



IL COLPO DEL CANE

Regia di Fulvio Risuleo

Rana e Marti, due ragazze spiantate, trovano lavoro come dog sitter per conto di un'anziana signora, che ha bisogno di qualcuno che si prenda cura, nel weekend, del suo bulldog francese Ugo. Ma mentre Marti è al parco con il cane, uno strano veterinario, il dottor Mopsi, le si avvicina proponendole un affare: far accoppiare Ugo con la sua cagnolina della stessa razza. Dopo un iniziale tentennamento, le ragazze accettano. Ma forse, si renderanno presto conto, non è stata una buona idea.

Con Il colpo del cane ho volutamente perseguito una struttura sbilanciata, inseguendo le emozioni dei personaggi, per dar conto dei punti di vista di ognuno e di come la realtà cambi a seconda dell'angolo da cui la guardiamo. Anche il genere non è uno solo: commedia, dramma, giallo e action movie si incrociano nella stessa storia. Non ci sono ne Il colpo del cane buoni e cattivi. Ognuno ha bisogno di denaro e questo mette in moto la vicenda. È un film movimentato perché ognuno vorrebbe cambiare la propria condizione. Al tempo stesso ci sono, insieme a Rana, Marti e il Dottor Mopsi, anche il bulldog, alcune pecore e un pappagallo, che sono personaggi chiave del film. Animali che convivono con gli uomini, ma fanno parte di un altro mondo, che spesso trattiamo come qualcosa di nostro e ci dimentichiamo che hanno una storia, un’identità.
Fulvio Risuleo



LA DEA FORTUNA

Regia di Ferzan Özpetek

Alessandro e Arturo sono una coppia consolidata, ma il loro rapporto sta mostrando la corda: Alessandro, idraulico dal fascino animalesco, porta a casa il pane e cede volentieri ai piaceri della carne; Arturo, traduttore, non è diventato né uno scrittore famoso né un cattedratico e patisce particolar-mente la crisi con il suo partner sfuggente. Nella routine cristallizzata dei due irrompono Annamaria, ex compagna di Alessandro, e i suoi due figli nati da padri diversi e tutti gli equilibri saltano. Annamaria deve esser ricoverata in ospedale per alcuni giorni e affida i figli alla coppia di amici, che dovranno fare i conti con una responsabilità genitoriale forse mai nemmeno immaginata.

Volevo raccontare due persone, insieme da tanto tempo, che stanno quasi per lasciarsi perché è passato il momento della passione. Sono quasi come fratelli, l’amore ha cambiato aspetto e loro non sanno più come conviverci. Il fatto che siano due uomini non è determinante, avrebbero potuto essere anche un uomo e una donna o due donne. Ma quello che mi affascinava era proprio l’idea di come, una volta superata la passione, un rapporto possa rigenerarsi in un modo diverso di stare insieme. Credo sia un tema che riguardi molte coppie, al di là degli orientamenti di genere. Spero di aver fatto un film di emozioni coinvolgenti, sullo scoprirsi e il ritrovarsi, senza scadere nel sentimentalismo. Nel gioco dell’alternanza tra commedia e dramma, riso e pianto, spero di essere riuscito a rispondere ai dubbi che mi avevano assalito quando un anno fa mio fratello era gravemente malato e sua moglie, a cui sono molto legato, mi aveva chiesto, nel caso fosse successo qualcosa anche a lei, di occuparmi insieme al mio compagno dei suoi due figli. Questa richiesta mi ha spalancato un mondo di angoscia, di paure, di dubbi sulle mie capacità, mi ha aperto le porte su un mondo emotivo che non conoscevo e a cui non sapevo come avrei reagito. Questo film è stato un modo per esplorare quei dubbi e quelle emozioni. Per darmi delle risposte a domande molto personali. E spero, ovviamente, che siano le stesse di molti spettatori.
Ferzan Özpetek



PALAZZO DI GIUSTIZIA

Regia di Chiara Bellosi

Interno del tribunale di una grande città italiana. In Corte d'Assise, sezione penale, è in corso un'udienza. Il caso è quello di un benzinaio che ha ucciso uno dei suoi due rapinatori. L'altro rapinatore assiste da dietro le sbarre, mentre la sua compagna Angelina segue i procedimenti. Fuori, nel corridoio del tribunale, restano in attesa due minorenni: Domenica, la figlia dell'imputato per omicidio, e Luce, la figlia del condannato per rapina. Intorno a loro il via vai del personale, degli avvocati e di chi è coinvolto in altri processi. E un giovane operaio chiamato a riparare un termosifone guasto.

Inizialmente pensavo a un documentario, ispirandomi, per esempio, al cinema di Frederick Wiseman, e preparando il film, ho frequentato per settimane il tribunale di Milano, la mia città. Dall’idea del documentario è poi venuto sviluppandosi il film com’è ora, intrecciando intorno al luogo, il tribunale, una storia. Per scriverla, è iniziato un lungo periodo di osservazione. Andavo al tribunale e guardavo e prendevo appunti. Il tribunale di Milano è enorme e passavo le giornate tra corridoi, aule, cortili, il bar, etc. Finché un giorno c’era una bambina che con la madre, giovanissima, ingannava il tempo, aspettando. Quella bambina è diventata l’ispirazione per il film. Seguendola, osservandola, è nato Palazzo di Giustizia.
Chiara Bellosi



LA SCOMPARSA DI MIA MADRE

Regia di Beniamino Barrese

Modella e icona degli anni ’60, Benedetta Barzini è stata la musa di Andy Warhol e Salvador Dalì e di fotografi come Irving Penn e Richard Avedon. Negli anni ‘70 abbraccia la causa femminista, diventando scrittrice e docente universitaria, in lotta con una società e un sistema della moda che per Benedetta Barzini significa sfruttamento del femminile. A 75 anni, stanca dei ruoli e degli stereotipi in cui la vita ha cercato di costringerla, desidera lasciare tutto, per scomparire. Turbato, suo figlio Beniamino Barrese comincia a filmarla, per conservarne la memoria. Il film si trasforma in una battaglia per il controllo della sua immagine, uno scontro tra opposte concezioni della vita e della rappresentazione di sé, ma anche un dialogo intimo, struggente, in cui madre e figlio si preparano insieme ad una separazione, difficile da accettare e forse impossibile da filmare.

Da quando avevo sette anni e mio padre mi ha regalato una telecamera, filmare è diventata una strategia per trattenere esperienze e persone amate, salvandole dal tempo. Ho sempre cercato di fare lo stesso con mia madre – ma metterla di fronte ad un obiettivo non è mai stato facile. Provavo una sorta di riverenza nei suoi confronti. Mi sembrava impossibile contenerla in un’immagine. Era troppo di tutto: troppo bella, troppo intelligente, troppo carismatica, troppo aggressiva, troppo forte, troppo profonda, troppo speciale. Nonostante fossimo da sempre molto legati, è sempre stata un mistero per me. Che fare quando tua madre ti dice di volersene andare per sempre? Decidere di fare questo film è stato il mio tentativo di trovare una risposta. Ora, alla fine di questo film, so di non essere riuscito, ancora una volta, a racchiudere mia madre in un’immagine capace di raccontarne l’autenticità. Al contrario, ho capito finalmente che mia madre aveva ragione. Come lei spesso ripete, “ciò che veramente conta, è sempre invisibile”.
Beniamino Barrese



IL SINDACO DEL RIONE SANITÀ

Regia di Mario Martone

Napoli, oggi. Antonio Barracano, "uomo d'onore" che sa distinguere tra "gente per bene e gente carogna", con la sua carismatica influenza e l'aiuto dell'amico medico amministra la giustizia secondo suoi personali criteri, al di fuori dello Stato e al di sopra delle parti, "sistema le cose" e risolve problemi. Chi "tiene santi" va in Paradiso e chi non ne tiene va da Don Antonio, questa è la regola, e chi ha bisogno si rivolge a lui perché interceda in suo favore e Barracano, soprannominato "il sindaco", si presta volentieri a fare da mediatore, sulla forza della sua reputazione e del timore che sa incutere anche nei malviventi più incalliti del Rione Sanità. Quando gli si presenta disperato Rafiluccio Santaniello, figlio del fornaio, deciso a uccidere il padre, Don Antonio riconosce nel giovane lo stesso sentimento di vendetta che da ragazzo lo aveva ossessionato e poi cambiato per sempre. E decide di intervenire per riconciliarlo con il padre, salvandolo.

Il sindaco del Rione Sanità è il mio primo Eduardo. Mi sono sempre tenuto alla larga perché mettere in scena i suoi testi significa assumere inevitabilmente non solo quanto c'è scritto sulla carta ma anche (e spesso soprattutto) il macrotesto delle messe in scena di De Filippo attore e regista, tramandato e codificato attraverso le innumerevoli recite e le varie versioni televisive. Sgomberare il campo, impedire alla radice che questo accada con un così deciso spostamento d'età del protagonista, in De Filippo un uomo d’altri tempi, consente di mettere il testo alla prova della contemporaneità (oggi i boss camorristici sono giovanissimi) e di leggerlo come nuovo. Non aspettatevi le illusioni del vecchio “sindaco” figlio di un altro secolo, che ancora consentivano di tracciare dei confini morali: qui affiora un'umanità feroce, ambigua e dolente, dove il bene e il male si confrontano in ogni personaggio, dove le due città di cui sempre si parla a Napoli (la legalitaria e la criminale) si scontrano in una partita senza vincitori. Perché è inutile fingere di non vederlo, la città è una e, per quanta paura faccia, nessuno può pensare di tagliarla in due.
Mario Martone