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Cinema Italia 2012: I film

 

BASILICATA COAST TO COAST
Regia di Rocco Papaleo

Un variopinto gruppo di musicisti si mette in viaggio per partecipare al Festival del teatro-canzone di Scanzano Jonico. Attraversando a piedi la Basilicata, dal Tirreno allo Ionio, e sperimentando imprevisti e incontri inaspettati, il viaggio si trasformerà per tutti loro in una vera e propria terapia...

“Questo film è come una canzone. Ho scritto la storia come se fosse un insieme di note musicali e, a quel punto, ho radunato i miei attori che erano come i musicisti perfetti. La sceneggiatura l’ho concepita un po’ come una partitura musicale, di jazz, dove a volte si va tutti insieme, poi arriva il momento che uno fa il suo assolo. Ed è avvenuto che ogni attore ha seguito uno schema molto forte, ben preciso, e poi ognuno ha trovato il suo suono, la sua costruzione. E mi piaceva l’idea di raccontare delle storie più o meno naturali, e volevo che lo straordinario fosse quello che fanno: ovvero mettersi in discussione e andare controcorrente. In questo modo, facendo questo percorso da una costa all’altra della Basilicata, a piedi, ci regalano una grande possibilità introspettiva. Il fatto di andare a piedi è una condizione che ti mette in contatto con te stesso. E’ come mettere una lente di ingrandimento dentro se stessi, nella propria anima e nei propri pensieri. Quello che mi piace moltissimo di questi personaggi è che sbagliano tantissime cose durante la loro avventura, agli occhi del mondo di oggi sarebbero dei falliti e, invece, loro vanno avanti fino alla fine. Raggiungono la meta e si rendono conto del cambiamento nelle loro vite. E poi il mio intento era quello di fare un film sul Sud da cui provengo, così come lo guardavo da giovane, con la sua capacità di fare ed inseguire i sogni, la voglia e la possibilità di cercare un cambiamento, la leggerezza poetica di cui è capace.”

Rocco Papaleo

 

CORPO CELESTE
Regia di Alice Rohrwacher

Marta ha tredici anni e, dopo averne passati dieci con la famiglia in Svizzera, è tornata a vivere a Reggio Calabria, la città dov'è nata. Subito si confronta con un mondo sconosciuto diviso tra ansia di consumismo moderno e resti arcaici. Inizia, così, a frequentare il corso di preparazione alla cresima, cercando nella parrocchia le risposte alla sua inquietudine. Incontra don Mario, prete indaffarato e distante che amministra la chiesa come una piccola azienda, e la catechista Santa, una signora un po' buffa che guiderà i ragazzi verso la confermazione. Ma capirà presto che deve cercare altrove la sua strada.

Corpo celeste non è un film né sulla Chiesa né sulla religione. Certo, vediamo anche una Chiesa disarmata, ma all'interno di un generale smarrimento della società. La mia intenzione era di raccontare un pezzo d’Italia, partendo da una comunità forte e particolare come un paese alla periferia di Reggio Calabria. Mi interessava trovare un argomento che potesse aprire uno sguardo dentro un’epoca. La vita di parrocchia è saltata fuori in questo modo: si poteva partire da lì. Ero totalmente ignorante in materia, il che è stato un vantaggio. In casa abbiamo ricevuto un’educazione in senso lato spirituale, ma non stata neanche battezzata. Così ho avuto la necessità di trovare uno sguardo che un po’ mi assomigliasse, dal momento che non c’era niente di autobiografico e mi sarei sentita a disagio nel far finta di conoscere a fondo l’argomento. Dovevo trovare un tramite, per questo ho pensato alla bambina che arriva in un mondo che non conosce e che ci accompagna passo, passo. Avevo bisogno di una ragazzina che, per natura, fosse portata a guardare il mondo con stupore e intelligenza, qualcuno che camminasse sul filo. Corpo celeste non è un film che predica o prende posizioni, semplicemente assorbe lo sguardo della piccola protagonista, che guarda il mondo come una sorta di alieno.”

Alice Rohrwacher

 

IL’INDUSTRIALE
Regia di Giuliano Montaldo

Nicola ha quarant'anni, è proprietario di una fabbrica a Torino. Nicola è strangolato dai debiti e dalle banche, nella Torino che vive la grande crisi economica che soffoca tutto il paese. Ma è orgoglioso, tenace. Ha deciso di risolvere i suoi problemi senza farsi scrupoli, esattamente come le finanziarie che lo vorrebbero al tappeto.

“Con L’industriale volevo raccontare un momento così difficile come quello che stiamo attraversando, attraverso gli occhi, la vita, la testardaggine, la forte personalità di un uomo che ha ereditato dal padre una fabbrica. Sullo sfondo c’è il disastro economico che stiamo vivendo, vicende di cui siamo vittime e spettatori impotenti, di cui leggiamo ogni giorno sulle prime pagine dei giornali, a caratteri cubitali. Non capisco chi sia il boia che accende il fuoco di questa pira in cui si brucia il denaro di chi lavora. Ma una cosa mi aveva particolarmente colpito, tra le altre. Quelle vite spezzate di tanti che negli anni del boom economico e dell’ottimismo avevano costruito con tantissimi sacrifici piccole aziende. E poi quando le hanno viste fallire, travolti dagli eventi, soffrendo l’umiliazione della sconfitta dopo tanti sacrifici, hanno finito per suicidarsi. E mi auguro che L’industriale possa essere un’occasione di riflessione, che dopo la proiezione se ne discuta. Se succede, il film ha un senso. Vuol dire che parla al pubblico”.

Giuliano Montaldo

 

IL MIO DOMANI
Regia di Marina Spada

Monica, una donna di 45 anni con una vita piuttosto normale ed equilibrata, alla morte del padre - un uomo ossessivamente religioso - che coinciderà anche con la fine della sua relazione con un uomo sposato, si troverà obbligata a mettere in discussione tutto quello che ha costruito fino ad oggi e a fare i conti con il suo passato per cercare la sua identità.

“Con Il mio domani ho voluto porre lo sguardo su una donna che vive oggi a Milano, una donna simile a molte altre che vivono nelle città del mondo e nella quale tante e tanti si possono rispecchiare. Mi interessava raccontare la vita di Monica, una donna apparentemente serena e realizzata nel momento in cui inizia la storia, ma gli accadimenti rimescolano il suo incerto equilibrio personale e professionale, faticosamente costruito. Il retaggio familiare è per lei un ostacolo alla costruzione della sua identità femminile. Monica non è in grado di accettare questa identità fino in fondo perché percepisce nell’essere donna una diminuzione di valore: è un sentimento che le proviene dal rancore che il padre nutre per la madre, per questo ha cercato un riscatto dalla condizione familiare studiando e allontanandosi dal paese della bassa padana dove è nata, non si è mai costruita una famiglia e crede di aver trovato un equilibrio accettabile concentrandosi nel lavoro e nella relazione con il suo capo, che non la obbliga ad un vero impegno. La narrazione procede per sottrazione, ho voluto che le immagini lasciassero aperta la lettura dei piani molteplici di significato insiti negli accadimenti, stimolando lo spettatore ad una osservazione non inerte. Lo spazio della messa in scena vuole essere anche spazio emotivo di rispecchiamento e ripensamento della realtà rappresentata. Non è una questione di stile: vorrei mettere lo spettatore nella condizione di cogliere in modo più intenso la vita rappresentata sullo schermo.”

Marina Spada

 

LA NOSTRA VITA
Regia di Daniele Luchetti

Claudio è un operaio edile di trent’anni che lavora in uno dei tanti cantieri della periferia romana. E’ sposato, ha due figli, ed è in attesa del terzo. Il rapporto con sua moglie Elena è fatto di grande complicità, vitalità, sensualità. All’improvviso, però, il destino mette Claudio di fronte alla tragedia della scomparsa di Elena, morta per complicazioni post-parto, dopo aver dato alla luce il terzo figlio. Rimasto solo con i figli, Claudio riesce ad affrontare un così grande dolore, vuole dare ai figli amore e attenzioni fatte di beni materiali. Per guadagnare velocemente più denari riesce ad ottenere un subappalto per la costruzione di una palazzina ricattando l'imprenditore che non ha denunciato la morte del romeno ma si ritroverà in una situazione più grande di lui.

“Qualche tempo fa ho realizzato un documentario sull'occupazione delle case popolari a Ostia. Ho avuto cosà modo di scoprire una povertà diversa da quella che forse mi aspettavo. C'era grande vitalità, serenità. Me ne sono innamorato tanto da volerla portare in un racconto. Sono cosà partito da un personaggio che fosse dentro i meccanismi del lavoro, dell’edilizia, che li conoscesse bene, che avesse fatto la gavetta e che ancora non fosse affermato. Ho passato molto tempo nei cantieri, ho parlato con amici che ci lavorano, mi sono documentato. I tizi di Frosinone, per esempio, italiani che possono permettersi di lavorare e di aspettare di più per essere pagati sono una realtà, sono gente che lo fa per secondo lavoro e si fa pagare molto di più, sempre in nero. Anche il fatto che gli operai non arrivino con dei camioncini sfasciati ma con dei Mercedes è vero, ne ho visti tantissimi.”

Daniele Luchetti

 

SCIALLA!
Regia di Francesco Bruni

Luca, quindicenne romano irrequieto, è cresciuto senza un padre ed è inconsciamente alla ricerca di una guida. Bruno è un professore senza figli, che ha lasciato l'insegnamento per rifugiarsi nell'apatia delle lezioni private e nella scrittura su commissione di libri di altri o biografie di calciatori e personaggi della televisione. Luca è allievo di Bruno. Poi, un giorno, Bruno scopre che Luca è suo figlio. I due si trovano così costretti a una convivenza forzata che spinge Bruno a cercare di capire come rapportarsi con un adolescente insofferente alle regole e allo studio, ma pieno di vita.

“Nel gergo dei giovani di Roma “Scialla!” significa “Stai calmo”, “Rilassati”, più o meno come il “Take it easy” americano. Secondo alcuni è derivato dall’arabo “Inshallah”. Per me è una espressione che ha diverse valenze. Mi piace l’invito alla calma, al quieto vivere che contiene, e la considero anche una sorta di manifesto poetico. Mi sembra la parola giusta per definire il mio film, che è una commedia, in cui descrivo l’incontro fra Bruno, 55 anni, un po’ misantropo, che vive ormai in riserva, e Luca, 15 anni, scapestrato, vitale, simpaticissimo, con la tendenza a mettersi nei guai. All’inizio Bruno vive la presenza del ragazzo solo come un fastidio, poi, piano piano, si appassiona e riscopre la sua vocazione paterna. E la storia è nata, in parte, dal desiderio di rivalutare la figura dei padri che, mi pare, ultimamente figurano in ribasso, ed io essendo un babbo volevo difendere la categoria. Un altro elemento centrale è il ruolo della scuola e della cultura, in genere, in questo paese, l’Italia, che mi pare carente e sofferente. Eppure la scuola è la base della società democratica, un punto di contatto fra classi sociali ed etnie, un grande laboratorio di convivenza, di crescita personale e civile. E il film ha al centro proprio il processo educativo di un ragazzo e il suo rapporto con la cultura.”

Francesco Bruni